Sfilate moda: l'inclusività è un lampo, non una tendenza

Le passerelle di Milano e Parigi, da sempre templi di un ideale di bellezza spesso elusivo, hanno mostrato qualche timido segnale di apertura alla diversità corporea. Balenciaga e Givenchy hanno osato presentare modelle plus-size, un'immagine che, sebbene non inedita, aveva fatto sperare in un cambiamento strutturale. La realtà, però, è ben diversa: un'illusione destinata a svanire.

Il dato crudo: un panorama desolante

Secondo l'analisi di Vogue Business, la percentuale di modelle plus-size (taglie US 14+) sulle passerelle per l'autunno/inverno 2026 si è assottigliata ulteriormente, attestandosi a un misero 0,3%. Un dato in calo rispetto alla stagione precedente, quando rappresentavano lo 0,9% del totale. Il quadro è dominato dalle taglie standard (97,6%) e, in misura minore, dalle taglie medie (2,1%). A New York, la situazione è simile, con il 97,7% di look in taglie standard e solo lo 0,4% in plus-size. Milano mostra un leggero miglioramento, ma con un solo brand, Brunello Cucinelli, che ha impiegato esclusivamente modelle di taglie medie. Parigi, invece, si conferma la città più indietro, con solo il 0,1% di look plus-size.

La casting director Chloe Rosolek lo dice chiaramente: “[La mancanza di inclusività] parte dalle decisioni del brand”. E ha ragione. Nonostante la presenza di numerose modelle curve pronte a sfilare, le griffe continuano a limitarsi a un ristretto ventaglio di taglie, rendendo vano ogni sforzo di inclusione.

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L'illusione dell'inclusività e il peso dell'industria

Dietro questi sporadici momenti di apertura si cela una realtà ben più complessa: un’industria frenata da logiche commerciali e da un’ossessione per l’omologazione. L'uso crescente di GLP-1, farmaci che influenzano il peso corporeo, e un clima sociale improntato alla conservazione e all'auto-ottimizzazione, non fanno che acuire questo problema. Il risultato è un paradosso: modelle plus-size sempre più rare e, di conseguenza, sempre più evidenti, in un contesto dominato da corpi sempre più esili.

Tiffany Hsu, chief buying officer di Mytheresa, sottolinea come “la domanda dei clienti sia più ampia e complessa di quanto presentato durante la fashion week”. Un'affermazione che evidenzia la disconnessione tra le passerelle e la realtà dei consumatori, sempre più attenti alla rappresentazione della loro diversità.

Oltre la passerella: il divario tra visibilità e commerciabilità

Oltre la passerella: il divario tra visibilità e commerciabilità

Un'indagine esclusiva di Vogue Business rivela che quasi la metà dei consumatori (48%) prova una pressione a perdere peso per sentirsi alla moda, e il 63% di questi attribuisce questa pressione alle difficoltà nel trovare taglie adeguate. Nei brand di lusso, la situazione è ancora più critica: il 27% delle persone plus-size dichiara di non riuscire mai o quasi a trovare la propria taglia. La discrepanza tra l'immagine inclusiva proiettata sulle passerelle e la scarsa disponibilità di capi nelle taglie più grandi è sempre più evidente, come denuncia influencer Remi Bader: “È stata una delusione vedere altri brand abbandonare l'inclusività”.

Christian Siriano, designer che si distingue per il suo impegno verso l'inclusività, afferma: “Se celebri corpi diversi in passerella, devi anche creare i vestiti per loro”. Un principio fondamentale che troppo spesso viene ignorato. La vera inclusione non è solo una questione di visibilità, ma di impegno concreto e di investimento in produzione, fit e marketing.

Ester Manas, brand parigino specializzato in taglie forti, ha raggiunto il 60-70% di clienti plus-size grazie a una comunicazione trasparente e a una gamma di taglie ampia. La lezione è chiara: l'autenticità e la coerenza sono fondamentali per conquistare la fiducia dei consumatori. La moda non è solo spettacolo, ma anche un potente strumento di rappresentazione e di empowerment. E se non rispetta la diversità di corpi, rischia di perdere la sua anima.