Moda sostenibile: il futuro è ora, ma l'infrastruttura è in ritardo
L'Unione Europea stringe la presa sulla filiera tessile. Digital Product Passports (DPP) e la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) non sono più una prospettiva lontana, ma realtà imminenti che stanno ridisegnando le priorità operative delle aziende di Moda. La conformità, un tempo questione strategica, è diventata una necessità operativa urgente.
Il dilemma dei dati: informazioni a mille, sistemi a zero
La transizione è inarrestabile: entro aprile 2028, l'EPR sarà pienamente operativa in tutta l'UE, mentre una versione semplificata del DPP è prevista per la fine del 2027. Il problema? L'infrastruttura necessaria per gestire questo flusso di dati e prodotti a fine vita è, per usare un eufemismo, insufficiente. Liz Alessi, esperta di sostenibilità, lo mette chiaro: “I DPP sono concepiti come un livello di dati, ma i sistemi a cui dovrebbero supportare – smistamento, rivendita, riciclo – non sono ancora pronti a sfruttarne appieno il potenziale.”
Natasha Franck, CEO di Eon, sottolinea un aspetto cruciale: “I Digital Product Passports potrebbero essere il ‘perché ora’, ma nell'era del commercio guidato dall'intelligenza artificiale, i dati di prodotto strutturati sono il prezzo d'ingresso.” Ignorare questa realtà significa rischiare l'invisibilità per i brand.

L'epr: un incentivo teorico, una sfida pratica
L'EPR, in teoria, dovrebbe incentivare i brand a progettare per la riciclabilità e a investire nei sistemi di gestione dei resi. Nella pratica, questi sistemi sono impreparati ai volumi che l'EPR genererà. La mancanza di infrastrutture nazionali per lo smistamento e il riciclo su larga scala costringe ancora il settore a dipendere da mercati esteri e canali di rivendita, una dipendenza insostenibile nel lungo termine.

Il caos dei dati: un problema di silos e relazioni superficiali
Il nodo cruciale non sono tanto le normative in sé, quanto la gestione dei dati. Philipp Mayer di Retraced evidenzia come gran parte delle informazioni necessarie per i DPP esistano già, ma siano sparse, inconsistenti e inaccessibili. Liza Amlani, della Retail Strategy Group, è lapidaria: “DPP e EPR stanno rivelando due problemi preesistenti: silos funzionali all'interno dei brand e relazioni con i fornitori troppo superficiali per consentire un reale flusso di informazioni.” La regolamentazione, in questo caso, è solo una lente d'ingrandimento che mette a fuoco debolezze strutturali di vecchia data.
La sfida non è tanto creare nuove capacità, quanto applicare un'autorità trasversale ai problemi strutturali che hanno sempre ostacolato il miglioramento operativo nel settore dell'abbigliamento e delle calzature. La dispersione della proprietà dei dati tra sourcing, produzione, sostenibilità e controllo qualità, senza un'unica funzione responsabile, aggrava ulteriormente la situazione.
Oltre il tier 1: la realtà dei fornitori
Ashley Gill di Textile Exchange sottolinea che la maggior parte delle strutture certificate, soprattutto tra i piccoli e medi fornitori, si affida ancora a processi manuali: PDF, fogli di calcolo, email. L'adozione di piattaforme di tracciabilità digitale è concentrata sui brand più grandi, non sui fornitori a monte che detengono le certificazioni e generano i dati necessari per i DPP.
Convergenza senza coordinamento: un rischio di frammentazione
La discussione su DPP ed EPR avviene spesso come se fossero iniziative parallele, creando investimenti duplicati e approcci separati. Chelsea Murtha dell'AAFA avverte del rischio di una frammentazione normativa a livello nazionale, come dimostra già il meccanismo Ecoscore francese, che richiede un set di dati diverso da quello proposto dall'UE. Questa mancanza di armonizzazione rischia di trasformare le normative sulla sostenibilità in un mero esercizio di trasformazione IT, piuttosto che in un vero e proprio progresso ambientale.
La soluzione, secondo Mayer, è semplice: “Non ha senso trattarli separatamente. L'approccio più efficace è costruire un livello di dati centralizzato che supporti sia il DPP che l'EPR.”
La realtà è che, a meno che non si inverta la rotta, il futuro della Moda sostenibile rischia di essere soffocato da una burocrazia paralizzante. I brand che sapranno integrare la sostenibilità nel DNA aziendale, investendo in trasparenza e filiere resilienti, saranno i veri protagonisti di questo cambiamento. Il tempo, però, stringe.
