La corte suprema e il fantasma di dred scott: una svolta per la cittadinanza?
Washington – La sessione odierna alla Corte Suprema, con la presenza storica del Presidente degli Stati Uniti, si è trasformata in un confronto surreale e, per certi versi, inquietante. La questione in esame, riguardante l'interpretazione del quattordicesimo emendamento e la cittadinanza per nascita, ha visto il Giustizia Thomas evocare un caso che risuona come un tuono nel presente: Dred Scott v. Sandford, il verdetto che negò la cittadinanza agli afroamericani nel 1857.
L'attacco a priori del giustizia thomas
Il Giustizia Thomas, con una mossa tanto inaspettata quanto efficace, ha colto di sorpresa il Solicitor General Sauer, il cui tentativo di argomentare si è arenato contro un'onda di domande serrate e mirate. La menzione di Dred Scott, pronunciata con una chiarezza glaciale, ha immediatamente inquadrato il dibattito in una prospettiva storica carica di implicazioni razziali e costituzionali. L'ombra del passato, quella di un tribunale che sancì l'inferiorità di una razza, si è proiettata sulla sala, rendendo la situazione palpabile.
L'argomento del governo, che mirava a restringere l'ambito della cittadinanza per nascita limitandola ai figli di immigrati temporanei, ha vacillato sotto la pressione dei giudici. Sauer, visibilmente in difficoltà, ha tentato di sostenere che il quattordicesimo emendamento si applicasse solo ai figli degli schiavi liberati, una tesi che ha sollevato l'ironia di Roberts, che ha definito l'argomentazione “molto bizzarra”.
La difesa del governo si è rivelata fragile come un castello di carte, basata su interpretazioni arbitrarie e sull'uso impreciso di termini legali. L'affermazione che i non cittadini temporanei non siano “domiciliati” nel paese, un’invenzione che non compare affatto nel testo dell'emendamento, ha scatenato la reazione del Chief Justice Roberts, che ha messo in difficoltà Sauer con domande puntuali e incalzanti.
La discussione sull'esistenza di un fenomeno definito “turismo di nascita”, alimentato da presunte notizie di stampa, è stata accolta con scetticismo da Roberts, che ha sottolineato la necessità di dati concreti e verificabili. L’immagine di un mondo in cui “8 miliardi di persone sono a un volo di aereo dalla nascita di un cittadino americano” ha trovato una risposta immediata: “Beh, è un mondo nuovo. Ma è la stessa Costituzione.”

Un'onda di consenso inattesa
Nonostante alcuni interrogatori serrati rivolti a Cecilia Wang, l'avvocata dell'ACLU che difendeva l'interpretazione tradizionale della cittadinanza, l'impressione generale è che l'argomentazione del governo sia stata ampiamente screditata. La maggioranza dei giudici, provenienti da diverse correnti ideologiche, ha espresso dubbi e riserve sulla validità della tesi presentata. Si parla di un possibile verdetto a favore della cittadinanza per nascita con un margine di 6 a 3, o addirittura 7 a 2, a seconda del posizionamento del Giustizia Kavanaugh.
Uscendo dalla Corte, Wang ha lanciato un messaggio di speranza e unità: “Siamo entrati in questa stanza con tutti voi. Abbiamo sentito le vostre emozioni. Ma abbiamo anche sentito le voci dei nostri antenati, che siano nativi americani, afroamericani liberati dalla schiavitù, immigrati sbarcati sul Mayflower o arrivati poco prima della mia nascita. Siamo tutti americani.” Un richiamo potente all'identità nazionale, un invito a non dimenticare le radici e i valori che hanno plasmato la nazione.
La testimonianza di suo padre, immigrato irlandese naturalizzato americano nel 1914, e le parole del poeta Shane MacGowan, con il suo grido di libertà e appartenenza, risuonano ancora nelle orecchie: “Sono un uomo libero nato negli USA.” La Corte Suprema ha rimandato la sua sentenza, ma il dibattito sulla cittadinanza e l'identità americana è destinato a continuare, alimentato dal fantasma di Dred Scott e dalle speranze di un futuro più inclusivo.
